Traduzione / Translation

Nota sulla traduzione di «Be With» di Forrest Gander

di Alessandro De Francesco 
[alessandrodefrancesco.net/]

Dopo l’uscita, quest’anno, della mia traduzione di Be With di Forrest Gander per Benway Series, ho sentito il bisogno di condividere il mio punto di vista sulla traduzione della poesia in generale, e in particolare di quest’opera. Tale bisogno è scaturito certamente dalla complessità del libro in questione, in particolare dall’immensa quantità di riferimenti in esso contenuti e dall’immaginario molto insolito che dà vita al suo linguaggio, al fine di spiegare le ragioni di alcune scelte, a coloro che hanno apprezzato la traduzione così come a coloro che magari, in alcuni punti, avrebbero scelto di tradurre diversamente. Anche perché la mia posizione nei confronti della traduzione poetica può forse apparire inusuale, e probabilmente questa nota susciterà perplessità in alcuni lettori. Ma, tengo a precisarlo in via preliminare, questa non è una nota polemica, è l’ammissione sincera di un punto di vista, forse più da poeta che da traduttore, questo non saprei dire con certezza.   

Per me la traduzione di poesia è un atto di amicizia verso un libro e talora, come per questo libro, anche verso il suo autore. L’amicizia, come in questo caso, può essere reale, umana, risultato di un incontro, oppure in altri casi essa può essere di tipo puramente testuale, quando non mi è capitato di incontrare di persona l’autore, o perché l’autore appartiene ad un’altra epoca. In quanto atto di amicizia, per me la traduzione è innanzitutto un servizio. Un servizio fatto alla poesia in generale, ma anche ogni volta al testo in questione e alla sua autrice o al suo autore. Tale posizione è in contrasto evidente con il cliché “traduttore-traditore”. Non si può tradire un amico. È un controsenso. Una conseguenza evidente di ciò è che io credo nella traduzione letterale, anche in poesia, specialmente in lingue che condividono un passato culturale alla fine non così lontano, come l’inglese statunitense e l’italiano. Sacrificherò sempre l’effetto ritmico, o la scelta “intelligente”, quella che sposta l’attenzione sulla traduzione, in favore del tentativo di restituire fedelmente il testo. C’è chi dice che questa fedeltà è un miraggio, e forse in alcuni casi lo è. Forse però ci si dà vinti troppo rapidamente, oppure si cerca da subito una soluzione brillante e insolita che fa risaltare il testo di arrivo ma cancella allo stesso tempo, in parte o in tutto, il testo di partenza. Io credo invece nella fedeltà dell’amicizia, e nella corrispondenza semantica delle parole da una lingua all’altra all’interno dell’economia di una frase, soprattutto se le due lingue in questione, come quelle da cui e verso cui traduco io, condividono lo stesso alfabeto. 

Ad esempio, avrei potuto tradurre – per citare un esempio fatto dallo stesso Forrest Gander in un’intervista su Il Manifesto “She candled eggs for Petaluma Poultry” con “illuminava uova per Pollame di Petaluma”, oppure, ancora più esplicitamente, “sottoponeva le uova a speratura per Pollame di Petaluma”. Ho invece tradotto con “faceva candele da uova per Pollame di Petaluma”, perché volevo che la candela rimanesse al centro (“illuminava uova con candele per Pollame di Petaluma” sarebbe chiaramente stato troppo pesante), e soprattutto perché l’aspetto potenzialmente misterioso di questa azione esisteva già nella frase in inglese, per il lettore anglofono intendo. Oppure, per fare un altro esempio, anziché tradurre: “If you want / to throw in / some dirt” con “Se volete / gettare / ancora terra”, con riferimento esplicito ad una bara che in questa sequenza non appare, ho tradotto “fedelmente” con: “Se volete / aggiungere / altro sporco”, lasciando aperta la molteplicità di senso già presente in inglese con la scelta del poeta di usare la parola “dirt” anziché il forse più comune “earth”. 

Pur avendo fatto molte domande all’autore per capire meglio alcuni passaggi, in certi casi non ho ritenuto necessario fare ricerche ulteriori, proprio perché mi sono fidato del testo, mi sono abbandonato alla sua complessità, che ho cercato di far parlare in italiano nel modo più diretto e molteplice possibile. In un certo senso, la fedeltà e l’amicizia con il testo implicano non tanto, come si potrebbe credere, una restituzione unica del suo senso, quanto il riconoscimento che il significato del testo poetico è in larga parte potenzialmente infinito, e il conseguente rispetto, anche come traduttore, di questa infinità. 

Per ragioni analoghe, in alcuni casi ho fatto la scelta opposta, ovvero ho ricreato alcuni elementi testuali laddove la comunanza dell’immaginario tra una lingua e l’altra poteva venire a mancare. È il caso, fattomi notare dallo stesso autore in uno dei nostri scambi, della battaglia di Appomatox, storica battaglia della guerra di secessione americana che ho cercato di far rivivere in italiano con un evento il più possibile paragonabile, scegliendo la battaglia di Solferino. In questo caso lasciare Appomatox avrebbe significato tradire l’amicizia del testo perché tale battaglia non ha obiettivamente lo stesso significato per il lettore italiano, ma nella maggior parte dei casi per onorare l’amicizia la scelta migliore è stata quella di restituire il testo nel modo più accurato possibile, accettando magari qualche gaucherie ritmica o semantica a favore del testo di partenza. Ad esempio ho scelto invece, con un’apparente incoerenza, di non tradurre in italiano la squadra di football americano “Redskins”, perché usare ad esempio “la Roma” dato che i Redskins sono una squadra della capitale statunitense Washington avrebbe annullato i numerosi riferimenti presenti nel libro ai nativi americani, e perché d’altra parte tradurre con “Pellerossa” sarebbe stato ridicolo, se non addirittura razzista. Ho quindi optato, nel contesto, per “sciarpa dei Redskins” anziché per il più fedele “nastro dei Redskins”, perché la sciarpa è un elemento più familiare al lettore italiano quando si parla di sport, e crea quindi un effetto di comprensione a mio avviso più immediata del campo semantico in atto che se avessi usato “nastro”. 

È quindi il testo nella lingua di arrivo un altro testo, come si legge spesso, oppure il medesimo testo tradotto? A mio avviso il testo di arrivo non è un altro testo, ma un ibrido tra il testo di partenza e un’altra cosa, forse un dialogo che nasce. Ciò significa non dimenticare il testo di partenza con il pretesto dell’autonomia e/o della fluidità o della “bellezza” del testo di arrivo, perché pur di traduzione si tratta, e questa traduzione può non essere un tradimento, ma appunto un servizio e un dono nel senso più immediato del termine (che la poesia tutta poi sia un dono è un altro tema ancora più ampio). Come ricordava Henri Meschonnic, Babele non compromette, ma anzi favorisce la comunicazione, perché da una lingua all’altra le persone possono impegnarsi nella possibilità di capirsi, possono rendersi conto della necessità di ascoltare, e riscoprire poi che tale processo è necessario anche all’interno di una medesima lingua. Non credo che vi sia molto altro da dire sulla traduzione di poesia, almeno non per me. Non perché tradurre non sia importante, ma perché non mi sembra – e forse ciò mi rende un mediocre traduttore in senso letterario – che vi sia molto altro da teorizzare o da fare se non cercare di tradurre il più accuratamente possibile il testo di partenza, il che significa talvolta scegliere i compromessi che giudichiamo più generosi nei confronti di tutti, autore, testo, lettore. 

Scrivevo sopra che forse questa è una posizione da poeta, ma allo stesso tempo non mi ritengo affatto un poeta-traduttore. Non penso che la traduzione di poesia faccia parte della mia attività di poeta, proprio in quanto essa è invece un servizio fatto per qualcun altro, per una poetica altra. È evidente che in qualità di traduttore sceglierò quei libri che più mi sono vicini non solo come lettore, ma anche come poeta. Ma ritengo una forma di egoismo pensare che si possa iniettare la propria poetica, o il proprio modo di scrivere, nel testo di qualcun altro con il pretesto che lo si sta traducendo “da poeta” e nella propria lingua. Essere poeta e tradurre poesia significa per me che il poeta deve sapersi annullare di fronte al testo. Ad esempio Attilio Bertolucci che traduce in prosa I fiori del male di Baudelaire, come osserva giustamente Giovanni Raboni. Senza contare che ogni poetica è unica, altrimenti non vedo perché essa debba esistere. Ciò significa che io scrivo da poeta, tra le varie ragioni possibili, per poter leggere testi che vorrei leggere e che non trovo altrove. Tale approccio non può ovviamente applicarsi alla traduzione, che significa invece per me riconoscere l’esistenza e la necessità di un’altra scrittura. 

D’altro canto, tradurre un testo del grado di complessità di Be With significa anche accettare che vi possano essere errori o sviste, prenderle in conto con generosità anch’esse, e chiedere questa generosità al lettore. Troppo spesso la storia, in particolare italiana, della filologia e della traduzione letteraria accademica stende su questa attività un velo di severità e di perfezionismo, come un pianista che preferisce suonare perfettamente tutte le note di un passaggio veloce perdendo però talvolta il respiro generale del pezzo. Io credo che un amico preferirà essere abbracciato anche se abbracciandolo gli colpiamo maldestramente un occhio o un orecchio per un istante, anziché non essere abbracciato del tutto. 

Basilea, ottobre 2020